Marketing criminale: politica periferia d’Europa

4 dic

Spostiamo l’attenzione per un attimo dalla vita politica spicciola per guardare a quella reale. Cerchiamo di distinguere per una volta le ville sul lungomare in cui si fanno incontri per accordi politici, e le ville che vengono saccheggiate in tutta tranquillità da banditi armati. In entrambi i casi si tratta di regole più o meno rispettate. In entrambi i casi queste regole, sia se esistono che se non esistono, comunicano qualcosa all’esterno.

Chiediamoci cosa la nostra città comunica all’esterno. E non al solito turista che resta deluso da come la città si presenta all’occhio affamato del visitatore. Ma come si presenta all’occhio di chi la nostra città la sceglie per sfamare la sua brama di soldi, di delinquenza, di pratiche illegali. Come può accadere che in una città di 40 mila abitanti, dove insistono 4 diverse caserme, i banditi di turno, professionisti quanto si vuole, violino non solo la proprietà ma anche la dignita dei cittadini comuni, residenti in pieno centro, pure con l’allarme attivato?

Noi ce lo spieghiamo in tanti modi. Non ultimo quello che vede una città presentarsi sostanzialmente in mutande a chiunque la viva, priva di ordine urbanistico, pubblico, sociale, disordinata come una scrivania abbandonata anche dall’ultimo impiegato.

Nelle grandi città esiste un centro e una periferia. Nelle province come la nostra esistono tante città periferiche. E se è vero che nelle periferie si annidano più facilmente le attività criminali, allora dobbiamo pensare che la nostra città sia una grande periferia.

Molto conta cosa una città comunica di sé all’esterno. La cultura della sicurezza urbana è ben lontana dagli slogan elettorali. Noi, ad esempio, in molti casi abbiamo la periferia annidata in pieno centro. In zona autolinee si trova eroina da anni. E da anni l’autolinee è rimasta uguale a se stessa. Segno che non solo le forze dell’ordine, ma anche la politica è rimasta uguale a se stessa.

Sporcizia, assenza di cura, indifferenza hanno un loro potenziale comuncativo su chi vuole delinquere. Si potrebbero menzionare interi quartieri al riguardo. Il messaggio è inequivocabile: siamo una città in cui tutto è permesso. Dove è possibile fare furti alle prime luci dell’alba senza temere di essere scoperti. Dove è possibile entrare in casa d’altri e praticare la violenza. Dove è persino possibile osservare per giorni, per mesi l’obiettivo senza destare alcun sospetto.

La sicurezza si ravvisa anche nell’estetica di una città. Traffico ordinato, amministrazione presente, spazi cittadini riempiti da attività culturali organizzate. Cosa siamo noi rispetto a questo?

No, non è un appello in stile leghista. Non è un appello alle ronde. Ma a capire che una città è lo specchio delle regole che la muovono. Il malvivente professionista non è solo quello che sa entrare con destrezza in una casa per poi fuggire indistrurbato con il bottino. Il malvivente professionista è colui che studia la città in cui vuole agire. Legge i giornali, osserva il territorio, guarda la classe politica che la governa, le sue forze dell’ordine, la sua azione preventiva, la sua comunicazione. In una parola fa marketing per la sua attività criminale. A Terracina, ad esempio, emerge che a praticare gli scippi sono dei mocciosi.

Occorre allora fare delle proposte. Bene, i tavoli sulla sicurezza con la Prefettura si sprecano. La proposta politica sono i famosi protocolli d’intesa. Sono efficaci? Forse conviene guardare un po’ oltre. All’Europa, ad esempio. Esiste da tempo un Forum per la sicurezza urbana che offre teorie e pratiche volte a prevenire i reati urbani. Chi si domanda “cosa si può fare”, nell’era di Internet, può fare ricerche al riguardo. Se ci siamo arrivati noi, ci può arrivare chi ha uffici, dirigenti, risorse tecniche e umane a disposizione.

Esistono progetti finanziati dall’Unione Europea che offrono visioni a largo raggio. Ma occorre una politica che non rincorra solo se stessa. Esistono campagne di sensibilizzazione con cui tenere alta l’attenzione al tema, e materiali a disposizione da cui prendere spunto. Esistono perfino ricerche e risorse documentarie sulle quali applicarsi per attuare una seria politica di prevenzione.

Tutto questo richiede alla base l’intenzione di sposare una cultura della sicurezza urbana. Che la nostra politica ignora. Provinciale, miope, poco informata. Se è vero che non riesce nemmeno a discutere una mozioncina in Consiglio comunale al riguardo.

Ecco allora che la sicurezza oggi si fa con la comunicazione almeno quanto con il marketing si costruisce il progetto di delinquere. Su questo è stato chiaro, al livello di grandi organizzazioni criminali, lo scrittore Roberto Saviano, che ci ha spiegato come oggi fare profitto con le attività illegali significa organizzare holding. E se non si ha una lungimiranza al riguardo, ci si riduce agli slogan di stampo leghista, con le ronde e il livellamento del disperato che ruba una scatoletta di tonno insieme con la banda organizzata.

La politica deve svegliarsi. Altrimenti, lasciando la città in preda agli sciacalli, compie un crimine essa stessa.

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